La privacy ai tempi di Internet e degli smartphone: è ancora possibile preservarla?

di Corrado Aaron Visaggio

Mario Rossi è un signore molto geloso della sua privacy ed infatti non dà il suo numero di telefono a chiunque. Però, come molti professionisti, ha pubblicato il suo curriculum in rete, e così, se digito su un motore di ricerca “Mario Rossi Curriculum Vitae”, il motore di ricerca prontamente me lo restituisce. E in questo documento posso trovare non solo il numero di cellulare, ma anche l’indirizzo dove Mario Rossi vive, le scuole che ha frequentato, dove ha lavorato, quali sono i suoi hobby.

A dispetto della riservatezza del signor Mario Rossi, ottenere il suo numero di telefono è stato piuttosto facile, grazie al fatto che è stato lui stesso a pubblicarlo in rete.

Mi capita, magari, di andare in un locale e accorgermi di una bella ragazza che non conosco; per sapere un po’ di cose di lei, mi basterebbe inquadrare il suo viso con un’app specifica (che non voglio citare in questa sede) e, se non sono particolarmente sfortunato, non solo otterrò il suo nome e cognome, ma probabilmente molte altre informazioni, quali per esempio: se studia o lavora e dove, il suo indirizzo, il suo numero di cellulare, la sua posta elettronica, chi sono i suoi famigliari ed i suoi amici, e così via.

Se poi sono disponibile a spendere qualche soldo in più, potrei addirittura acquistare un software che mi dice, immettendo il suo cellulare, dove si trova in alcuni momenti della giornata. Questo potrebbe non funzionare con tutti i numeri di telefono e non per tutti i giorni, ma posso assicurare che è uno strumento piuttosto preciso e riesce a soddisfare le aspettative. Ma nemmeno in questo caso voglio fornire il nome del software in questa sede.

Come è possibile tutto ciò? Chi ci sta “spiando” e come ha “rubato” i nostri dati? In realtà tutto questo è possibile senza “rubarci” i dati, laddove per “rubare” intendiamo che qualcuno ha avuto accesso a delle informazioni secretate senza autorizzazione. Nella maggior parte dei casi, infatti, siamo noi stessi che disseminiamo questi dati in giro, utilizzando le reti sociali, pubblicando post o altre informazioni in rete, installando ed utilizzando alcune app. Vi sono, poi degli strumenti software in grado di drenare queste informazioni dal mare magnum della rete ed associarle utilizzando algoritmi più o meno complessi.

La quantità di informazioni che sono liberamente accessibili a chiunque sia in grado di intercettarle è talmente elevata che è nata una apposita branca dell’informatica, che si chiama OSINT, che sarebbe l’acronimo di “open source intelligence”, che si occupa proprio di produrre le tecnologie per fare drenaggio e correlazione di informazioni da sorgenti aperte. Queste “sorgenti aperte” sono le più disparate e vengono nutrite, il più delle volte, proprio da noi. Il solo Facebook è una sorgente ricchissima di informazioni sulla nostra rete sociale reale (familiari, amici, luoghi di lavoro), sulle nostre abitudini e sui nostri gusti. Ma non è l’unica fonte: vi sono molte altre sorgenti che vengono utilizzate da questi software: i file che vengono pubblicati in rete (risultati di concorsi, certificati, documenti di varia natura, per esempio), i forum a cui partecipiamo, sono solo una piccola parte di queste sorgenti.

E poi ci sono le app. Da un’analisi svolta su 5.000 app non malevole e molto popolari, realizzata dal mio gruppo di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università del Sannio, risulta che la quasi totalità (oltre il 95%) delle app appartenenti al campione, estrae dagli smartphone dati sensibili. Tra questi molto frequente è, per esempio, la posizione geografica dell’utilizzatore, poi il numero di telefono, i dati sulla rubrica e gli sms. In realtà le possibilità di spionaggio che un’app può fare su uno smartphone sono molto più ampie, come evidenzio in questo studio.

Quello che si evince è che la privacy così come noi la intendiamo tradizionalmente, si appresta ad essere non più preservabile. Con la diffusione delle reti sociali, con la migrazione in rete di molti servizi, con l’utilizzo intensivo di strumenti quali gli smartphone (ai quali a breve si aggiungerà tutta la schiera di dispositivi indossabili e connessi) diventerà sempre più facile per chiunque raccogliere informazioni su chiunque altro.

Come si è arrivati a questo? Si è arrivati a questo perché, come spesso accade, l’innovazione tecnologia si diffonde nella quotidianità dell’essere umano incurante dei rischi che comporta, ma semplicemente perché porta dei vantaggi (che poi diventano) irrinunciabili. L’automobile si è diffusa massicciamente nonostante il problema dell’inquinamento, con il quale ora iniziamo a dover fare i conti. Nessuno ha impedito la diffusione della polvere da sparo, nonostante le armi producano un numero elevatissimo di omicidi.

Il problema della privacy non riguarda soltanto la necessità di proteggere informazioni di natura personale, ma riguarda problemi che possono essere molto più seri. Per semplificare ne cito due: discriminazione e sfruttamento economico.

Per quanto concerne la discriminazione, i casi di specie sono numerosissimi, ma per rendere chiaro il concetto ne possiamo considerare uno semplice e diffuso: se io sono un fervente sostenitore di un partito, potrei essere discriminato in un qualunque ambiente per questo, per esempio quello lavorativo, qualora il mio datore di lavoro lo venisse a sapere.

Un altro riguarda lo sfruttamento economico. Supponiamo che io abbia il vizio delle scommesse. Se questa informazione divenisse di dominio di quelle società che lucrano sulle scommesse, queste potrebbero continuamente inviarmi proposte di scommesse, spingendomi a spendere molti più soldi di quelli che spenderei se fossi io a cercare questi posti.

In realtà lo scenario dei rischi e delle problematiche è molto più ampio, andando dalla sicurezza personale fino alla limitazione della libertà individuale.

Di certo la soluzione non può essere rinunciare ad Internet, alle reti sociali o agli smartphone, in quanto i vantaggi che queste tecnologie producono sono irrinunciabili e, comunque, sono tecnologie che hanno avviato un processo di modifica dei costumi, della società e della economia, da rendere assolutamente impensabile un passo indietro.

Un’altra strada possibile è la rinuncia totale alla privacy, ovvero dovremmo accettare il fatto che nel futuro prossimo sarà impossibile per chiunque mantenere segrete informazioni  che hanno una certa sensibilità.

Una terza strada possibile e, sicuramente, quella che dovrebbe essere percorsa, è una massiccia sensibilizzazione verso questi temi in tutti gli attori dell’ecosistema dell’innovazione tecnologica. Gli utenti dovrebbero far sentire ai produttori di tecnologie la loro sensibilità verso questi temi. E questa pressione della domanda dovrebbe spingere i ricercatori e coloro che producono tecnologia a realizzare soluzioni che siano in grado di garantire la privacy degli utilizzatori senza privarli delle funzionalità che queste irrinunciabili tecnologie forniscono.

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